Offesa in chat Whatsapp

LANCIARE UN’OFFESA IN CHAT DI UN GRUPPO WHATSAPP, E’ REATO?

Al riguardo è importante porre in evidenza la distinzione tra l’ingiuria e la diffamazione: in quanto la prima è un illecito civile, e la seconda, invece, è un reato.

 

L’ingiuria precedentemente prevista dall’articolo 594 del codice penale, oggi abrogato.

Come noto, l’offesa pronunciata IN PRESENZA della persona offesa (cosiddetta “ingiuria”) non costituisce più reato. Questo da quando un intervento legislativo del 2016 l’ha depenalizzarla abrogando l’art. 594 del codice penale.

Oggi l’ingiuria, per effetto dello stesso intervento di depenalizzazione è stata invece convertita in un illecito civile.

Questo vuol dire che le vittime di ingiuria non resteranno prive di tutela per il solo fatto che non costituisce più reato. Le stesse potranno comunque seguire la strada del processo civile per richiedere un risarcimento per il danno subito dall’ingiuria ricevuta. Quest’ultima infatti non è più reato, ma è ancora un illecito civile.

In tale sede, il giudice civile, oltre a poter disporre il risarcimento verso la vittima, potrà condannare il responsabile al pagamento di una sanzione pecuniaria verso lo Stato.

 

La diffamazione prevista dall’articolo 595 del codice penale.

Al contrario, ciò che costituisce ancora reato e che è dunque ancora di competenza della giurisdizione penale, consiste nell’offesa pronunciata <<comunicando con più persone>>, IN ASSENZA della persona offesa.

Si tratta della cosiddetta “diffamazione” punita dall’articolo 595 del codice penale.

In tale caso la vittima che intenda tutelarsi dovrà sporgere querela, dando luogo ad un procedimento penale. Al termine del processo il giudice potrà disporre, oltre al risarcimento del danno, la condanna ad una pena in termini di multa o reclusione.

 

L’intervento della Corte di Cassazione sull’offesa lanciata in una chat di un gruppo whatsapp.

La Cassazione si è posta la questione se l’offesa pronunciata su un gruppo WhatsApp dove è presente, tra gli altri, il destinatario dell’offesa, sia da considerarsi ingiuria o diffamazione.

I giudici di legittimità sono intervenuti recentemente ed hanno dato soluzione al quesito.

In particolare hanno ritenuto tale condotta punibile ai sensi dell’articolo 595, che prevede, appunto, il reato di diffamazione.

Per la Suprema Corte infatti, <<sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato <<…>> consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori <<…>>, fa sì che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso>>.

Questo è quanto statuito dalla Corte di Cassazione Penale Sezione V con la sentenza n. 7904 del 2019.

Alla luce di questo intervento giurisprudenziale quindi, colui che riceva un’offesa su un gruppo whatsapp, per ottenere tutela potrà rivolgersi ad un giudice penale.

Questo affinchè l’autore della condotta venga perseguito per il reato di diffamazione.

In sede penale, il soggetto leso che si costituisca anche parte civile, potrà chiedere che il responsabile venga condannato altresì al pagamento di un risarcimento danni.

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