Stalking per interposta persona. Si integra comunque il reato.

STALKING PER INTERPOSTA PERSONA. SI INTEGRA COMUNQUE IL REATO?

 

Il reato di <<atti persecutori>> (cosiddetto “stalking”) previsto dall’articolo 612 bis del codice penale.

L’articolo 612 bis del codice penale rubricato <<atti persecutori>> punisce con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque con <<CONDOTTE REITERATE>>, <<MINACCIA O MOLESTA>> taluno in modo da provocare un <<PERDURANTE E GRAVE STATO D’ANSIA O DI PAURA>>, ovvero un <<FONDATO TIMORE PER L’INCOLUMITA’>>, ovvero una <<ALTERAZIONE DELLE PROPRIE ABITUDINI DI VITA>>.

La stessa norma prevede un aggravamento del trattamento sanzionatorio al verificarsi di alcune circostanze.

E’ prevista infatti una punizione più severa se l’autore del reato sia il coniuge della vittima o una persona che con quest’ultima ha intrattenuto un legame di natura affettiva.

La pena è aggravata nei casi in cui la condotta persecutoria venga posta in essere utilizzando uno strumento informatico o telematico (si pensi all’utilizzo di un computer o di un telefono).

Un aumento di pena è previsto poi nei casi in cui la vittima della condotta sia un minore, una donna in stato di gravidanza, una persona con disabilità, o qualora il fatto sia commesso con armi o da persona travisata.

La norma in questione si pone a tutela del bene giuridico della libertà morale della vittima, che viene tutelata in tal modo da condotte moleste e assillanti.

L’autore della condotta potrà essere perseguito penalmente se vi è stata la presentazione di una querela da parte della vittima.

Il reato è infatti procedibile normalmente a querela della persona offesa, salvo alcune ipotesi specifiche di procedibilità d’ufficio.

Il legislatore, vista la delicatezza del reato, ha concesso alla persona offesa un termine maggiore per la proposizione della querela: fissato a sei mesi dal fatto (invece degli ordinari tre mesi).

Sul piano oggettivo risponde del reato l’agente che ponga in essere plurime condotte di minaccia o molestia, che realizzino almeno uno tra i tre eventi a cui fa riferimento la norma.

Si pensi al perdurante e grave stato di ansia o di paura per via dei continui appostamenti del persecutore.

La condotta deve essere in grado di ledere la libertà morale della persona offesa, che è come detto il bene giuridico tutelato dal reato di <<atti persecutori>>.

Dal punto di vista dell’elemento psicologico richiesto per l’integrazione del reato invece, quest’ultimo è punibile a titolo di dolo generico.

E’ sufficiente infatti che l’agente ponga in essere la condotta sopra descritta con coscienza e volontà.

Analizzato sommariamente il reato, potrebbe chiedersi se anche le molestie “indirette”, ossia effettuate tramite interposta persona, possano dare luogo all’integrazione del reato di stalking previsto dall’articolo 612 bis.

La Corte di Cassazione recentemente si è trovata a dare risposta a tale quesito, consolidando quella che è da tempo una pacifica interpretazione della norma.

 

L’intervento della Corte di Cassazione penale sullo stalking per interposta persona.

Per la Corte di Cassazione <<nel reato di atti persecutori può non esservi coincidenza tra soggetto passivo e destinatario materiale della condotta>>.

Ciò <<in quanto lo stato di ansia, paura o timore, che integra la fattispecie, può essere indotto nel primo anche da comportamenti ai danni di terze persone, legate alla vittima da vincoli qualificati>>.

Dal punto di vista dell’elemento psicologico, però, l’agente dovrà agire <<nella consapevolezza che la vittima certamente sarà posta a conoscenza della sua attività intrusiva e persecutoria, volta a condizionarne indirettamente le abitudini di vita>>.

Dunque, per potersi realizzare il reato di stalking non occorre che vi sia coincidenza tra soggetto passivo (che è la vittima in concreto presa di mira) e destinatario materiale della condotta persecutoria (cosiddetto soggetto intermediario o interposta persona).

Questo perché anche comportamenti realizzati per interposta persona che abbia un legame qualificato con la vittima sono in grado di procurare uno stato d’ansia o di paura, un timore per l’incolumità, o un’alterazione delle abitudini di vita.

A tali conclusioni la Corte di Cassazione penale è giunta con la sentenza n. 31596 del 2022, consolidando un pacifico orientamento giurisprudenziale già formato sull’argomento.

 

Share:

Questo sito Web utilizza i cookie per migliorare la facilità d'uso. Accetti utilizzando ulteriormente il sito Web.

Privacy policy