Violenza sessuale. Non esiste il consenso implicito.

Violenza sessuale. Non esiste il consenso implicito.

L’art. 609 bis del codice penale disciplina il reato di violenza sessuale punendo con la reclusione da sei a dodici anni <<chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali>> (primo comma).

La medesima norma al secondo comma stabilisce che <<alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa <<…>>; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona>>.

Il codice penale prevede un inasprimento del trattamento sanzionatorio quando alla violenza sessuale partecipano più persone riunite.

In tal caso infatti, per la violenza sessuale di gruppo, l’art. 609 octies prevede la pena della reclusione da otto a quattordici anni.

Come visto, la fattispecie incriminatrice di <<violenza sessuale>> di cui all’art. 609 bis c.p. prospetta due tipi di condotta.

E’ punita infatti in primo luogo la cosiddetta violenza per costrizione, che si realizza impiegando violenza, minaccia o abuso d’autorità.

In secondo luogo, viene punita la cosiddetta violenza per induzione di cui al secondo comma.

In tale ultimo caso l’agente sarebbe responsabile in quanto ha operato mediante un abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima al momento del fatto, ovvero attraverso un inganno della persona offesa per essersi sostituito ad altra persona.

Il reato in questione si pone a tutela del bene giuridico della libertà sessuale.

L’atto sessuale di cui parla la norma fa riferimento al sesso dal punto di vista anatomico, fisiologico o funzionale, e non è quindi limitato alle zone genitali, ma invece a tutte le aree del corpo ritenute “erogene”.

La decisione della Corte di Cassazione penale sul confine tra “mancanza di consenso” e “manifestazione di dissenso” da parte della persona offesa.

La Corte di Cassazione penale con la sentenza n. 19599 del 2023 si è posta l’interrogativo se per l’integrazione del reato di violenza sessuale sia sufficiente la dimostrazione della mancanza di consenso della vittima, o se occorra invece la prova di una espressa manifestazione di dissenso.

Con tale pronuncia gli ermellini hanno stabilito il principio per cui <<integra l’elemento oggettivo del reato di violenza sessuale non soltanto la condotta invasiva della sfera della libertà ed integrità sessuale altrui realizzata in presenza di una manifestazione di dissenso della vittima, ma anche quella posta in essere in assenza del consenso, non espresso neppure in forma tacita, della persona offesa, come nel caso in cui la stessa non abbia consapevolezza della materialità degli atti compiuti sulla sua persona>> (si pensi all’ipotesi in cui quest’ultima sia dormiente).

In sostanza, secondo i giudici di legittimità non esistono indici normativi che possano imporre, in capo al soggetto passivo del reato, un onere nemmeno implicito, di espressione del dissenso.

Al contrario si deve ritenere che <<tale dissenso sia da presumersi e che pertanto sia necessaria, ai fini dell’esclusione dell’offensività della condotta, una manifestazione di consenso del soggetto passivo che quand’anche non espresso, presenti segni chiari ed univoci che consentano di ritenerlo esplicitato in forma tacita>>.

Conclude quindi la Cassazione affermando che, <<nei reati contro la libertà sessuale, il dissenso è sempre presunto, salva prova contraria>>.

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